Il lembo più antico dell’isola_di Tarcisio Agus

In questo difficile momento le aree del Parco sono piombate in un profondo silenzio, ma ancora custodiscono la storia di uomini, donne e bambini che vi hanno trovato sussistenza e vita.

Per gentile concessione del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna – l’area del Sulcis Iglesiente, “Nebida”, ove si conserva il lembo geologico più antico dell’isola facente parte  di quell’europa continentale, dalla quale l’isola si è allontanata.

In questo difficile momento le aree del Parco sono piombate in un profondo silenzio, ma ancora custodiscono la storia di uomini, donne e bambini che vi hanno trovato sussistenza e vita. Non solo, quegli ambienti, una volta ricchi di lavoro e umanità, sono da sempre incastonati in uno scenario naturalistico di particolare suggestione, che in questo nostro cammino di preparazione alla riapertura “alla vita”, cercheremo di proporvi. Al Parco Geominerario della Sardegna, costituito con Decreto Ministeriale del 16 ottobre 2001 e come modificato dal Decreto Ministeriale del 8 settembre 2016, sono stati affidati 3800 kmq della superficie dell’isola di Sardegna, più tutti i geositi isolani. In questo vasto territorio e con tutti i geositi isolani, possiamo dire, di rappresentare, oltre 500 milioni di anni della storia geologica della Terra. Questo antico patrimonio naturalistico ha caratterizzato la nostra isola, rendendola una delle “regioni” geologicamente più complete dell’area circummediterranea.

In mezzo al Mar Mediterraneo il nostro lembo di terra, se così pur ristretto rispetto ai continenti, custodisce un patrimonio geologico e ambientale di estrema varietà. Questo è senza dubbio ascrivibile alla sua antica formazione che i geologi fanno risalire al Cambriano inferiore, 541 milioni di anni fa. Ma l’inizio della costituzione vera e propria della nostra terra, la si ascrive alla collisione tra i paleocontinenti e i microcontinenti di Laurentia, Baltica, Avalonia e forse anche di Armorica, dando così origine al supercontinente di Laurussia (America del Nord, Europa e Asia) durante l’orogenesi caledoniana, i cui movimenti precoci hanno coinvolto seppur marginalmente la Sardegna durante l’Ordoviciano medio (470 Ma) con la cosiddetta “Fase Sarda e Fase Sarrabese”, e le cui testimonianze sono ben evidenti nelle regioni dell’Iglesiente e del Sarrabus.

Ma è tuttavia con l’orogenesi ercinica, detta anche varisica, dovuta alla collisione continentale di Laurussia, Armorica e Gondwana, durante il Carbonifero medio, che si struttura definitivamente tutta l’ossatura della Sardegna. La collisione fra questi paleocontinenti, protrattasi fino al Permiano (255 milioni di anni fa), diede vita ad un super continente chiamato Pangea, in cui si determinò meglio quel piccolo frammento di crosta continentale chiamato poi Sardegna.

Una Sardegna non certo quieta, perché durante il processo di collisione sono enormi le masse di magma che andarono formandosi e consolidandosi. Così nasce la roccia predominante nell’isola, il granito, che affiora per circa un terzo della sua superficie, e che da luogo a quello che geologicamente è chiamato il “batolite della Sardegna”. Sono appunto grandi ammassi di magma che si incuneano nelle profondità della crosta terrestre, tanto che il granito viene classificato come roccia intrusiva, cioè roccia che cristallizza all’interno della crosta.

Certo passarono ancora molti milioni di anni (oltre 200) prima che la Sardegna raggiungesse l’attuale collocazione geografica. Questo processo di separazione partì dal margine meridionale del continente europeo, e precisamente dal Golfo del Leone, tra Marsiglia e Barcellona, spazio lasciato dalla Sardegna durante la sua deriva verso il centro del Mediterraneo. Il processo, innescato dai grandi movimenti dell’orogenesi alpina che, iniziando nel tardo Mesozoico, portarono alla formazione della Catena Alpino-Himalayana e che, protraendosi per tutto il Cenozoico, determinarono la chiusura dell’oceano Tetide a seguito della spinta verso nord del continente africano e dell’Arabia e del subcontinente indiano. In questo complesso scenario si formarono le più importanti e conosciute catene montuose: dall’Atlante alla Cordigliera Betica, ai Pirenei, alle Alpi, agli Appennini, alle Dinaridi ai Balcani, ai Carpazi al Caucaso e così verso est al Pamir all’Himalaya fino alle catene della Cina e Indocina.

A partire dal tardo Oligocene (25 Ma), invece, e durante il successivo Miocene, iniziò il distacco del frammento di crosta costituito da Sardegna e Corsica, e la sua migrazione, con moto di traslazione, verso il centro del Mediterraneo con successiva rotazione in senso antiorario di 45 gradi. Gli studi hanno evidenziato che verso la fine dell’Aquitaniano (20.5 Ma) la Sardegna ha subito una rotazione in senso antiorario di 45° rispetto all’Europa; rotazione che si è quasi del tutto completata verso i 15 Ma (Langhiano). Di questi 45° di rotazione, circa 30° sono avvenuti durante il Burdigaliano tra i 20.5 e i 18 Ma, con una velocità di 9 cm/anno rispetto agli attuali 2 cm/anno. Conseguenza di questi movimenti è stata l’apertura del Mediterraneo occidentale e la formazione della catena appenninica ed anche il periodo di maggiore attività vulcanica nell’isola.

Durante questa intensa attività geodinamica naturalmente non mancarono poi ulteriori sconvolgimenti come la contemporanea impostazione del Rift sardo, la grande fossa tettonica di sprofondamento che si formò tra l’Aquitaniano e il Burdigaliano (Miocene inferiore) in senso longitudinale dall’Asinara a Cagliari e che stava per dividere a metà l’isola, durante la quale si ebbe il periodo di maggiore attività vulcanica. A questa fece seguito nel Pliocene-Pleistocene (4-2 Ma) lo sprofondamento del Campidano. L’ultima pennellata turbolenta che portò, possiamo dire, alla definitiva stabilità (tettonica) dell’isola, fu un altro ciclo eruttivo, collegato all’apertura del Mar Tirreno, che produsse estese manifestazioni di lave basaltiche e i più importanti edifici vulcanici sardi (Monte Arci e Montiferru, coni e crateri vulcanici del Logudoro-Mejlogu), e gli altipiani delle giare.

Dal Cambriano ad oggi, gli eventi geologici così numerosi e particolarmente diversificati sono stati la causa principe della formazione dei ricchi giacimenti minerari che costituiscono l’asse portante del Parco Geominerario Storico ed Ambientale della Sardegna. Partendo dagli elementi più antichi di questa risorsa naturale, narreremo del grande tesoro del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, di cui l’uomo fin dal Paleolitico Antico si servirà.

Le foto concesse dal PGSAS (Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna) sono di Stefano Sernagiotto, operatore del Parco.

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