Giusta Manca di Villahermosa in arte Rubi Dalma_di Attilio Gatto

“Se vai a Milano, cerca Rubi Dalma”. Metà anni ottanta. Io a Milano ci dovevo andare, dovevo fermarmi due mesi per lavoro. Giuseppe Podda lo sapeva, ma continuava a ripetere, quasi non ci credesse:”Se vai a Milano…”, pausa e poi la raccomandazione, anzi praticamente l’ordine:”Cerca Rubi Dalma”. Io poi ho capito. Quella nobildonna, che spesso nei film interpretava sé stessa, così come aveva trafitto il cuore del giornalaio Vittorio De Sica nel film “Il signor Max” – 1937, regia di Mario Camerini, – aveva acceso l’entusiasmo del giornalista Podda. Nel senso, naturalmente, di innamoramento cinematografico, di ammirazione. Donna bella, alta, affascinante, Rubi Dalma, nome d’arte di Giusta Manca di Villahermosa, nata a Milano il 24 aprile 1906, ma cagliaritana d’origine, antica aristocrazia di Castello. Diva dei “telefoni bianchi”, il cinema in cui, a quei tempi, si rifugiano attori, registi e sceneggiatori che, nel ventennio, preferiscono evitare i film di propaganda.

Giuseppe Podda

E non sempre ci riescono, qualche drammone storico devono pur digerirlo per sopravvivere, anche perché magari ci credono. Uomini di cultura sinceramente fascisti, molti dei quali col tempo si fanno fronda, formando allievi che sarebbero diventati intellettuali d’opposizione al regime. Ne hanno preso di botte, di critiche feroci, quei candidi telefoni delle commedie che assomigliano agli intrecci teatrali – marito, moglie e amante, – così tanto applauditi dal pubblico. Ma forse sarebbe il caso di rivalutarle, di ripassare il capitolo. Prendiamo proprio “Il signor Max”, il triangolo De Sica, Assia Noris e Rubi Dalma. Il gioco degli equivoci è come una danza leggera che mescola sentimenti e ironia. De Sica è Gianni il giornalaio, scambiato per aristocratico dall’oggetto del desiderio, Donna Paola, Rubi Dalma, e lui lo lascia credere, mentre cominciano le schermaglie d’amore con Assia Noris, Lauretta, dama di compagnia della sofisticata nobildonna. Camerini costruisce un meccanismo perfetto, viene lodato dalla critica e conquista il Premio del Minculpop per la regia alla mostra di Venezia. De Sica è interprete raffinato, elegante, allusivo, nel doppio ruolo del popolano e del finto nobile Max Varaldo. Alla fine lascerà il bel mondo, tornerà all’edicola di Via Veneto, mano nella mano con Lauretta. Ma basta osservarlo per vedere l’attore che giudica il personaggio, ne prende le distanze come se dicesse:”Si, sono molto bravo, ma in realtà non sono io.” Forse lui sta già maturando nuove idee, film come “I bambini ci guardano”, che introducono al Neorealismo. Forse no. Ma certamente è nel ruolo del “brillante”, quella figura tanto amata da Gianni Agus e Sergio Tofano, perfezionata da Pirandello e dal teatro grottesco, per scardinare la vecchia commedia borghese. E così De Sica fa le prove della sua straordinaria carriera da protagonista, da genio del cinema. Assia Noris, grande interprete, fidanzata d’Italia, russa d’origine, costruisce il suo personaggio da diva anticonformista che seppe dire no anche a Hitler, quando le chiese di fare film per la Germania nazista.

Rubi Dalma

Rubi Dalma è nel ruolo che le è congeniale, appartiene alla sua cerchia, ma una cosa è la realtà e un’altra la finzione. E lei, Giusta Manca di Villahermosa, dimostra di essere attrice di rango, bella presenza, ironia sottile, voce che corre su diversi registri, perfettamente a suo agio, come se non ci fosse soluzione di continuità tra vita e cinema. Ma il debutto di Rubi Dalma è nel 1936, “Regina della scala”, che è anche l’esordio alla regia di Camillo Mastrocinque. Per il film, Mastrocinque coinvolge gran parte della nobiltà milanese, e tra gli aristocratici emerge proprio Giusta Manca di Villahermosa che prenderà il nome di Rubi Dalma, pare per decisione del solito Gabriele D’Annunzio. E sembra che abbia fatto girar la testa anche a un giovanissimo Federico Fellini, arrivato a Roma 19enne, nel 1939. Fellini allora collaborava alla celebre rivista satirica “Marc’Aurelio”, con disegni, caricature, articoli, e avrebbe conosciuto la Marchesa di Villahermosa a Cinecittà. Quel ragazzo romagnolo che poi sarebbe diventato un grand’uomo di cinema, amava cercare gli angoli della Roma nascosta, la città che racconterà nei suoi film. Durante i vagabondaggi notturni, il giovane Fellini ha scoperto anche Totò, in una piccolo cinema di periferia, ed è rimasto stupefatto dall’imprevedibile comicità di quel Pulcinella snodabile. Tra Roma e Milano per Rubi Dalma è chiaramente una “festa mobile”. Ma trova il modo di tornare a Cagliari, dove nell’estate del 1938, un anno dopo il successo de “Il signor Max”, già famosa, è acclamata da una gran folla. Nel 1941 e nel 1947, l’attrice di origine cagliaritana lavora accanto al divo della sua città d’origine, Amedeo Nazzari, nei film “I mariti” e “Il cavaliere del sogno”, in cui il grande Amedeo interpreta Gaetano Donizetti, entrambi diretti da Camillo Mastrocinque. Nel 1950 è nel cast di “Cronaca di un amore, il primo lungometraggio di Michelangelo Antonioni, protagonisti Massimo Girotti e Lucia Bosè. L’ultima apparizione di Rubi Dalma nel grande schermo in un film di Claudio Gora, “Febbre di Vivere”, con Marina Berti, Marcello Mastroianni, Massimo Serato, Anna Maria Ferrero e Vittorio Caprioli. Qui si ferma la carriera cinematografica di Giusta Manca di Villahermosa. Ha soltanto 47 anni. Ha lavorato con i più grandi: da Gino Cervi a Osvaldo Valenti, da Vittorio Gassman a Marcello Mastroianni. Ma, come non raramente fanno attori e attrici, Rubi D’Alma si ritira. Muore a Castel Gandolfo, il 7 agosto agosto 1994, a 88 anni. Nel cinema ha lasciato un’immagine di gradevolezza, professionalità, capacità di ricostruire nella finzione un personaggio, quello della nobildonna, che per mantenere le prerogative del suo mondo, doveva essere reinventato. Dunque un’attrice con robusti fondamentali, che avrebbe potuto interpretare tutti i ruoli. Comunque protagonista. Carattere, fascino, temperamento, Cortesia. No, a Milano non l’ho incontrata. Non ricordo come la prese Podda. Probabilmente aveva molto da fare. E poi lui adorava il cinema, e quell’immagine così particolare, quell’attrice nobildonna, probabilmente era già entrata nel suo archivio della memoria.

In copertina, Rubi Dalma in una scena di “Divieto di sosta” 1941 del regista Marcello Adami.

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