Visita ai gioielli di Sardegna: la chiesa di Santa Maria di Uta_di Antonello Angioni

La chiesa di Santa Maria di Uta costituisce senza dubbio uno dei più significativi esempi dell’architettura romanica in Sardegna. Il padre Giorgio Aleo, uno storico vissuto nella Cagliari del Seicento, ci informa che il possedimento dove sorge l’attuale chiesa venne donato nel 1090 dal Giudice di Cagliari Costantino (Salusio II) ai Vittorini.

I monaci Benedettini dell’abbazia di San Vittore di Marsiglia erano giunti in Sardegna nella seconda metà dell’XI secolo, dopo aver avuto in dono, dai giudici, chiese e terre da coltivare per favorire il rifiorimento dell’Isola. In particolare, grazie all’aiuto del papa Gregorio VII, amico dell’abate marsigliese Riccardo, i Vittorini ottennero dal Giudice di Cagliari Orzocco (Torchitorio I) le chiese di San Giorgio e San Genesio, ubicate nelle campagne di Decimo, sotto la condizione che vi costruissero una loro “cella” (in pratica un convento).

Il figlio di Orzocco, Costantino (Salusio II), confermò la donazione con diploma del 30 giugno 1089, concedendo inoltre il priorato dell’eremo di San Saturno, il colle di Bagnaria (Bonaria), le saline di Quartu, le peschiere di San Bartolomeo e otto chiese, fra le quali Sant’Ambrogio di Itta (Uta). La donazione delle chiese venne sancita l’anno successivo dall’arcivescovo di Cagliari, Ugone, che indica il tempio di Uta come Sant’Ambrogio. Di questa chiesa peraltro non si hanno notizie certe: potrebbe trattarsi di una costruzione risalente al periodo bizantino o alto giudicale.

Tutto ciò dovrebbe far ritenere che i Vittorini si insediarono a Uta sin dalla fine dell’XI secolo, anche se edificarono la chiesa di Santa Maria e l’attiguo monastero nel secolo successivo, probabilmente perché il tempio avuto in dono non rispondeva più alle loro esigenze. Non si conosce la data precisa della costruzione di Santa Maria ma gli studiosi ritengono che ciò avvenne in due fasi, tra il 1135 e il 1145.

Agli inizi, la chiesa presentava un impianto a due navate absidate, nel tipico stile utilizzato dai Vittorini per le loro chiese, frutto del lavoro di maestranze provenzali. La pianta di questo tempio in parte è ancora leggibile nel pavimento. All’edificio di culto era annesso un monastero del quale, attualmente, non resta che il pozzo. In adiacenza alla chiesa venne realizzato anche un piccolo cimitero (destinazione mantenuta sino agli inizi del Novecento).

Nel corso del XII secolo, l’impostazione dell’edificio fu completamente ridefinita da maestranze pisane e assunse l’attuale impianto a tre navate scandite da arcate a tutto sesto e antiche colonne, con molta probabilità provenienti da edifici di epoca romana. I capitelli sono invece coevi alla chiesa, tranne quello della terza colonna a sinistra e quello che funge da acquasantiera (entrambi di epoca romana).

Nel XIII secolo, la chiesa di Santa Maria passò in proprietà ai Francescani (e precisamente ai frati Minori Conventuali) che a loro volta la cedettero, nel 1640, all’Arcivescovo di Cagliari Ambrogio Machin in cambio della cappella e dell’eremo di Santa Barbara, ubicati nella collina omonima a qualche chilometro da Capoterra.

Tuttavia, prima dell’arrivo dei Conventuali, la chiesa di Santa Maria di Uta entrò nella sfera degli interessi dell’Ordine di San Giovanni di Rodi (detto poi di Malta), come è attestato dal diploma del 1363 di Pietro IV d’Aragona che, specificando l’appartenenza della chiesa agli Ospedalieri di San Giovanni (i Gerosolimitani), la concedeva ai Cavalieri di San Giorgio de Alfama.  Anche se qualcuno afferma che i cavalieri non avrebbero mai preso possesso della chiesa, resta il fatto che nella lesena sinistra che, insieme all’altra, tripartisce l’abside, si trova incisa la croce a otto punte, simbolo dell’Ordine equestre di Malta.

Costruita in conci di pietra calcarea venata (proveniente dalle cave di Teulada), ben squadrati e tenuti insieme da poca malta, con inserti in marmo e basalto, questa chiesa ha dimensioni piuttosto modeste e non perfettamente simmetriche. Tuttavia l’insieme è ugualmente molto armonioso ed elegante. L’edificio è orientato secondo i canoni delle chiese medioevali, con l’ingresso principale a ponente e il tabernacolo a oriente.

Santa Maria rappresenta l’ultima grande esperienza architettonica vittorina sulla quale si innestano le nuove forme compositive dovute alla collaborazione di maestranze arabe e pisane, provenienti dal coevo “cantiere” di Santa Giusta. La diversa origine delle maestranze trova una conferma nell’abside dove sono scolpite due croci: una francese e l’altra pisana.

La facciata, volta ad occidente, è ripartita orizzontalmente in due piani da una raffinata cornice di gusto arabo. La parte inferiore è suddivisa verticalmente in tre specchi da semplici lesene unite da una serie di archetti circolari a triplice ghiera (quattro a destra e cinque a sinistra del portale centrale) sostenuti da mensoline variamente scolpite. Il portale architravato poggia su due capitelli a caulicoli e foglie riverse. É sormontato da un arco di scarico a cunei alterni di trachite scura e calcare bianco ed abbellito da una cornice il cui motivo è ripreso in alcune mensole degli archetti. Una rosetta traforata decora la lunetta e l’architrave.

La parte superiore della facciata è coronata dal tipico motivo decorativo ad archetti sorretti da mensole. Oltre alle influenze provenzali, nella facciata sono evidenti i caratteri del romanico pisano che ritroviamo anche all’interno, negli abachi pronunciati e nei soffitti a travatura delle navate. I due ordini di archetti a doppia e triplice ghiera presenti nella facciata si ripetono nel fregio che corre lungo tutto il perimetro esterno dell’edificio. Le mensole sono circa duecento e presentano varie decorazioni di influenza lombarda (foglie, teste umane, nodi, forme geometriche, rosette, vitelli, cervi) di grande bellezza e suggestione. Il campanile a vela costituisce invece un’anticipazione dello stile gotico.

L’interno, a tre navate diseguali e abside semicircolare, è attualmente a copertura lignea: a doppia falda sostenuta da capriate quella centrale, a falde spioventi quelle laterali. In origine la chiesa era invece coperta da volte a crociera nelle navate laterali e a botte in quella centrale, come dimostra la presenza di alcune paraste e pilastri. Nella navata laterale destra si trova una porta, detta “porta santa” perché veniva aperta solo negli anni del Giubileo.

Sul presbiterio, il cui piano è leggermente sopraelevato rispetto a quello della navata, poggia l’altare, sostenuto da colonnine con capitelli di diametro inferiore. Sotto l’altare si trovano due leoni che in origine erano collocati all’esterno (forse ai lati della facciata), ragione per la quale si presentano assai deteriorati. La nicchia dell’altare reca un simulacro della Vergine, ritenuto miracoloso. Lo spazio, illuminato da monofore a strombo e dalla bifora che si apre alta sul presbiterio, è scandito da una serie di archi a pieno centro sorretti da colonne in marmo o in granito, con capitelli scolpiti in varia foggia che rivelano, al pari delle bellissime e variate decorazioni scultoree dell’esterno, il confluire di stili diversi.

Dopo un lungo periodo di abbandono, dalla fine dell’Ottocento, la chiesa è ridiventata meta di culto e di pellegrinaggi per cui, «in considerazione della gloriosa storia di questo “centro” di pietà popolare e della grande devozione alla Madonna, invocata col titolo di Nostra Signora di Uta, e desiderando riportare nell’antico splendore questa devozione», con decreto 15 settembre 1996 dell’Arcivescovo di Cagliari monsignor Ottorino Pietro Alberti, la chiesa di Santa Maria di Uta è stata eretta in santuario diocesano con tutti i diritti e i privilegi riconosciuti ai santuari dai Sacri Canoni.

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