Su casu furriadu

Il «casu furriàdu» è un cibo a base di formaggio in prevalenza pecorino, tipico del mondo agro-pastorale, esclusivamente nulese, a quanto risulta, le cui origini affondano nella notte dei tempi.

Alla base c’è il formaggio fresco di 3-5 giorni, non salato e lasciato inacidire, (“imbischidàre”). Viene quindi tagliato a fette sottili o anche a pezzettoni e versato nel fondo di un grosso paiolo di rame ben pulito, “su labiòlu” (la ricetta non funziona o non dà buon risultato con recipienti di altro materiale). Si aggiungono quindi tre mestoli di acqua e un poco di sale.

Il paiolo viene collocato sul fuoco (oggi è più pratico il fornellone a gas) e con un bastone di legno duro, stagionato – più comunemente di olivastro, “ozzastru” – si pesta il formaggio durante la cottura. Quando la pasta del formaggio si è bene amalgamata, si versa nello stesso paiolo una scodella di semola di grano duro e si continua a girare e rigirare il tutto col predetto bastone, finché non si forma l’amalgama di una pasta molliccia e filamentosa. L’operazione ha termine quando compare abbondante l’olio o grasso del formaggio (“su ozzu casu”).

Dall’azione del rimestare, “furriàre”, la pasta del formaggio con la semola fino ad ottenere il prodotto finito, deriva il nome di «su casu furriàdu».

L’origine della festa nulese di Sant’Antonio di Padova risale al secolo XIX, all’Ottocento, ed è legata ad una promessa-voto del nulese Manca Formiga Antonio, classe 1828, bisnonno dell’attuale erede Mariangela Manca che continua la tradizione di famiglia.

Quel Manca Formiga Antonio era uno dei 15.000 sardo-piemontesi inviati dal noto Camillo Benso Conte di Cavour a combattere nella penisola di Crimea, nel Mar Nero, contro i russi (“sa gherra ‘e Crimea”). Il contingente sardo-piemontese, al comando del Generale Alfonso Ferrero di Lamàrmora, si distinse in varie occasioni specialmente nella battaglia della Cernaia dove furono determinanti per la vittoria sui Russi (16 agosto 1855).

Mentre infuriava la battaglia, un ufficiale, sotto cui militava il Manca, non faceva che sfogare la sua rabbia e la paura bestemmiando. Il Manca, invece, invitava l’ufficiale a non bestemmiare, invocando a sua volta Sant’Antonio, di cui era devoto e del quale portava il nome, dicendo: «Sant’Antonio mio, se ritorno a casa sano e salvo, farò su casu furriadu chin su bussiottu (la spianata) per tutti i ragazzi del paese, finché dura la generazione…”

Alla fine dell’anno il soldato Manca poté tornare a casa sano e salvo e si affrettò a mantenere la promessa, che, anzi, in breve tempo, trasformò in un “legato” sottoscritto dalle autorità ecclesiastiche.

Uno dei figli prese poi in mano la tradizione, finché visse poi l’impegno passò quindi ai figli e da allora e fino al 1988 ci pensò la sorella Battistina. Da questa la responsabilità passò all’unica figlia Antoniangela, attuale obriera, “oberaza”, responsabile vivente del voto e della tradizione.

Occorre ricordare un altro dato: fin verso la metà dell’Ottocento, l’uso  del “casu furriàdu” era legato alla festa di San Giovanni Battista, celebrata il 24 giugno. Dopo l’iniziativa del Manca, per qualche anno le due tradizioni riuscirono a convivere; per cui le persone impegnate per la festa di Sant’Antonio si spostavano poi alla chiesa di San Giovanni. Poi, ad un certo punto – ma non si è in grado di precisare quando – il “casu furriàdu” di San Giovanni non si fece più, mentre rimase, per continuare fino ad oggi, quello di Sant’Antonio.

La realizzazione della festa prende l’avvio alla lontana: la programmazione comincia nella seconda metà di maggio; ma il lavoro vero e proprio prende il via al primo di giugno. Tutto è reso possibile dal contributo generoso della popolazione e con la collaborazione di un nutrito gruppo di volontari, donne e uomini, giovani e adulti, che lavorano per la preparazione del pane e del “casu furriàdu”, per la macellazione delle pecore offerte dai pastori (ma anche lo stesso formaggio fresco è offerto dalle famiglie dei pastori), per la distribuzione di pane, carne e, naturalmente, del “casu furriàdu” a tutte le famiglie del paese.

Durante i 13 giorni di giugno, i collaboratori, mentre lavorano, cantano, pregano e si mantengono allegri; mentre qualche giovane spera che l’occasione sia propizia per trovare “un buon partito” poiché, come si dice «Santu Antoni est cozzuadore”, Sant’Antonio favorisce i matrimoni. 

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