Salvatore Mereu e Gavino Ledda al Festival di Venezia_ di Attilio Gatto

Tra cinema e letteratura, Gavino Ledda resta intimamente legato alle contraddizioni della Sardegna. E non potrebbe essere diversamente, perché solo raccontando le proprie radici si riesce contemporaneamente a fare dell’immagine della propria terra un tema universale. Per restare alle isole, in primo piano gli esempi di Sciascia e Camilleri in Sicilia. Lui ci ha provato tanti anni fa con “Padre Padrone” ed è stato un successo che ha avuto il merito di porre all’attenzione il disagio, la sofferenza, i rapporti di forza nella Sardegna agropastorale. Da quel libro fu tratto il film dei fratelli Taviani che, nel ‘77, vinse La Palma d’oro a Cannes. In Sardegna ci fu un dibattito, sulle pagine dell’Unione Sarda, avviato da un grande intellettuale, antropologo figlio di pastori, Michelangelo Pira, molto polemico su quell’analisi. Ed ora Gavino Ledda torna in primo piano, protagonista del film di Salvatore Mereu, “Assandira”, tratto dal romanzo di un altro antropologo, Giulio Angioni. Sono sempre due Sardegne che si confrontano e si scontrano. Ma questa volta, rispetto a “Padre Padrone”, il rapporto si capovolge. Dice Mereu:”Il padre considera il figlio un fallimento, un figlio diverso da come lui lo avrebbe voluto”. Il regista di “Sonetaula”, dal romanzo di Giuseppe Fiori, e di “Bellas Mariposas”, dal racconto di Sergio Atzeni, va a Venezia con un personaggio simbolo della Sardegna. E lo mette al centro di un film che, attraverso Gavino Ledda, racconta l’Isola, le sue questioni irrisolte, le sue contaminazioni, a oltre 40 anni da “Padre Padrone”. 

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