Rino Varsi: “Quella volta col Cagliari dal Papa”_di Fabio Salis

Esistono storie che profumano di un calcio romantico, che ora più che mai appare sempre più lontano da quello attuale in cui si è persa quella magia e amatorialità che contraddistingueva il “soccer” negli anni cinquanta e sessanta.

In quegli anni l’Unione Sportiva Cagliari (così era denominata la società rossoblù) risalì la china, dopo la drammatica retrocessione in C maturata nel campionato 1959-1960, conquistando dapprima la promozione in B e poi successivamente la Serie A nel 1964, per la prima volta nella storia, dopo l’arrivo di Gigi Riva.

Claudio Varsi è noto a tutti come Rino, nomignolo affibbiatogli fin da quando era piccolo dalla madre, che era la governante della foresteria dei calciatori rossoblù: “tutti la chiamavano “mamma” perché conosceva tutti i calciatori ed era molto ben voluta”. Varsi era un centrocampista che amava impostare il gioco e aveva i piedi buoni, tanto che nel 1963-1964, l’anno del salto dalla B alla A, vennero in città gli osservatori della Juventus per osservare lui e anche Caocci: “Lui era un difensore, io invece un centrocampista. Al contrario di Caocci, io però dovevo partire militare e quindi l’occasione sfumò. Sono comunque molto felice di aver giocato e contribuito alla prima promozione in Serie A del Cagliari. Per me è stata una fortuna, ma la fortuna aiuta gli audaci. L’allenatore Federico Allasio che mi allenò ai tempi della Torres ci disse che alla fine è soltanto il giudizio che dà il campo a contare veramente.”

Rino Varsi

Con Silvestri in panchina, Gigi Riva e compagni conquistarono la storica promozione con Varsi che diede il suo contributo in mezzo al campo, pur non giocando sempre da titolare. I suoi esordi furono nel Quartu, all’epoca società satellite del club rossoblù, sotto la guida di mister Mariolino Congiu. Successivamente, a partire dalla fine degli anni Cinquanta fino al 1966 militò nel Cagliari, con la parentesi del prestito in Serie C alla Torres, squadra nella quale tornerà a giocare dopo i tre campionati giocati con il Cosenza, sempre in terza serie.
Rino Varsi, oltre ad essere stato un buon calciatore, è stato anche allenatore di vari club, tra cui spicca l’esperienza con la Monteponi Iglesias in serie D, poi quelle con Macomer, San Sperate, Jerzu e Villasor in Promozione.

Mariolino Congiu è stato il suo mentore e fondamentale nella sua crescita, tant’è che poi arrivò la chiamata del Cagliari.

“Mariolino Congiu è stato l’allenatore che mi ha insegnato l’abc del calcio. Quando parlava di tecnica restavamo tutti meravigliati per le sue competenze. A lui devo tutto. Dal punto di vista affettivo ha sostituito mio padre che purtroppo venne a mancare in un incidente stradale quando avevo 13 anni. Mi aveva anche cresimato. Forse mi ha voluto così bene perché aveva intravisto in me qualche qualità a livello calcistico. Mi ha allenato nel 1959-1960, quando giocavo nel Quartu. Dopo che giocai con la Nazionale giovanile contro l’Inghilterra ad Ascoli, nel 1962 passai direttamente in Serie B con il Cagliari. Il primo anno feci 13 presenze e poi l’anno successivo vincemmo il campionato con Gigi Riva.”

Nel 1963 arrivò a Cagliari un giovanissimo Gigi Riva, che si era messo in luce in C tra le fila del Legnano. Tutti voi compagni di squadra avevate dato un contributo fondamentale per il suo ambientamento nella piazza cagliaritana.

“Quando arrivò, Gigi era un ragazzo mingherlino e ancora acerbo, tant’è vero che io, Mariolino Congiu e Mario Tiddia lo portavamo sempre in giro a fargli conoscere un po’ la città. Lo trattammo come un fratello e lui poi successivamente dimostrerà a tutti il suo grande valore non soltanto dal punto di vista calcistico, ma anche morale. All’inizio faticò a trovare spazio, perché il titolare era Tonino Congiu, soprannominato “su sirboni”. Una volta che si fece male lui, Gigi Riva si guadagnò la maglia da titolare e da lì in poi non se la tolse più, migliorando di partita in partita e trovando fin da subito gol decisivi. Per me Riva è un grande amico: in campo manteneva un atteggiamento estremamente serio, invece nello spogliatoio assieme anche a Nené il divertimento era assicurato, perché portavano grande allegria. Con noi si aprì molto. Durante gli allenamenti ci diceva come crossare e passargli la palla in base alla distanza che c’era con i suoi avversari. Sapevamo come si muoveva.”

Anche Claudio Nené, oltre ad essere stato un grandissimo campione, era una persona dall’anima buona e molto solare all’interno del vostro gruppo.

“Quando partivamo per le trasferte, ci faceva ballare la samba e la rumba. Riusciva sempre a strapparci un sorriso, anche a pranzo nonostante ci fosse comunque Silvestri che pretendeva che mantenessimo un atteggiamento serioso. Mi è dispiaciuta molto la sua prematura scomparsa nel 2016.”

“Sandokan” Silvestri è stato l’allenatore che creò, con il suo lavoro, tutti i presupposti per lo Scudetto poi vinto con Manlio Scopigno in panchina nel 1970. Era anche noto per essere molto rigido.

“Da un lato per la mia crescita è stato fondamentale, perché mi caricava sempre, e mi ha fatto esordire lui in Serie B. Dall’altro lato, il secondo anno in cui giocai nel Cagliari ebbi qualche problema, perché partì a Roma per fare il militare e quindi tornavo in Sardegna ogni venerdì per giocare, poi ad inizio settimana ripartivo. Io risentivo di queste continue trasferte e il mister fece delle scelte diverse, preferendo nel mio ruolo Visentin, giocatore molto versatile.
Silvestri aveva un carattere molto forte e non si accontentava che dessimo il tanto giusto in campo, vedeva in noi delle qualità e riusciva a trasmettere con efficacia la giusta determinazione a noi che scendevamo in campo.
In Serie A purtroppo non riuscì a giocare, ma solo in Coppa Italia e a partecipare alla tournée in Sud America. Poi il Cagliari mi cedette al Cosenza, dove rimasi tre anni. Successivamente giocai con la Torres.”

Con tutta la squadra andaste in Vaticano per una visita ufficiale da Papa Paolo VI e anche, in precedenza, da Giovanni XXIII.

“Quando andammo in visita da Papa Giovanni XXIII, entrammo dentro la Basilica, seguimmo la Messa e ci sentimmo accolti, però non riuscimmo ad avere un colloquio come invece accadde nel 1965 con Paolo VI, che era noto per essere molto severo, però con noi sorrideva e si sviluppò una certa confidenza. Provavamo un certo senso di rispetto per lui, perché era molto energico dal punto di vista caratteriale. Ci raccontò varie situazioni e apprezzammo molto la sua presenza.
In quell’occasione stavamo festeggiando il primo campionato in Serie A e lui ci fece i complimenti per il traguardo raggiunto. Ci parlò della Sardegna come un posto meraviglioso, che apprezzava tantissimo perché ci era stato diverse volte. Spese anche delle parole di stima nei confronti dei sardi, descrivendoci come un popolo che quando apre il suo cuore dà veramente tutto a chi apprezza la nostra terra.”

Durante la sua esperienza da calciatore ha dedicato tanto spazio e importanza anche allo studio, iscrivendosi prima alle scuole superiori e poi all’Università.

“Mi diplomai da ragioniere. In squadra gli unici diplomati allora eravamo io e Pierluigi Cera. Io volevo proseguire e mi iscrissi nella Facoltà di Economia e Commercio. Dopo che diedi due esami però fui purtroppo costretto a sospendere perché il Cagliari mi cedette al Cosenza.”

Il calcio di oggi è sicuramente molto diverso da quello di quando lei calcava i campi.

“Ho allenato diverse squadre per tredici anni, ho fatto il corso a Coverciano e sono allenatore professionista con il patentino di seconda categoria, però ultimamente non sto seguendo molto il campionato di Serie A. Come calciatore mi piace molto Barella, un ragazzo serio che si sa far sentire in campo, tant’è vero che sta ottenendo grandi soddisfazioni sul campo e si sta realizzando nel grande calcio.”

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