L’eredità di Eduardo de Filippo nel film di Gianfranco Cabiddu_di Attilio Gatto

L’uno 80 anni. L’altro 30. Ma che sono 50 primavere di distanza se il più vecchio si chiama Eduardo De Filippo! Nell’ultimo scorcio della sua vita – non senza l’abituale vitalità – il grande drammaturgo s’è messo in testa un dilemma shakespeariano. No, non il solito “essere o non essere”. Piuttosto l’avventura de “La tempesta”, con Prospero duca e mago che governa mari e venti. Che svela il mistero del teatro. Con due grandi drammaturghi che dialogano e rivaleggiano, mettendo in campo ciascuno la sua lingua, l’inglese e il napoletano. E così Eduardo affronta l’impresa di riscrivere Shakespeare, come fosse un Pulcinella del ‘600, su richiesta dell’editore Giulio Einaudi. Ma poi si spinge più in là. Affronta l’avventura di dar voce ai personaggi del dramma. E qui entra in scena il giovane tecnico del suono, Gianfranco Cabiddu, oggi regista cinematografico di lungo corso. Tre anni fa Cabiddu ha vinto il David di Donatello per la sceneggiatura con “La stoffa dei sogni”, film ispirato proprio a “La tempesta” in napoletano di Eduardo.

E l’opera fa un bagno nel mare di Sardegna, perché l’isola dei naufraghi è L’Asinara. L’eredità di Eduardo De Filippo ha fatto di Gianfranco Cabiddu un artista, un professionista, ancora più attento ai dialoghi, alle immagini, alla gestualità, alla storia. Dice:”La semplicità, la naturalezza, il rigore sono le caratteristiche che Eduardo ha sempre preteso, prima da sé stesso, poi da tutti i suoi collaboratori, dagli attori delle sue compagnie, dai tecnici. Ma dietro questa apparente semplicità e leggerezza, che nasconde la fatica fino a farla scomparire, c’é un lavoro duro, necessario per ottenere questo risultato.”

La registrazione de “La tempesta” comincia a Roma nell’autunno 1983 e si sposta, verso l’estate, nella bella casa di Eduardo e della moglie Isabella Quarantotti, a Velletri. In queste due “location” avviene il “duello” tra due età, due culture, due tecniche, due visioni del mondo. Con Cabiddu chiamato a dare forma e linearità ai mille toni che descrivono l’anima di De Filippo. E De Filippo che, con gesti e frasi di colore partenopeo, con invenzioni e colpi di genio, dichiara pian piano il suo ambizioso progetto. E cioè dar corpo e voce a tutti i personaggi de “La tempesta”, facendo della sua ultima opera la sua più ampia eredità drammaturgica. Spiega Cabiddu: “Solo dopo molto tempo e, quando l’ho conosciuto meglio, ho capito che seguiva con ardente pazienza un’idea che, molto precisa e determinata dentro di lui, appariva quasi casuale, quasi un passatempo all’esterno: Eduardo avrebbe recitato ancora per il suo pubblico e se l’età non gli consentiva di farlo, come sempre, in palcoscenico, accanto ai suoi compagni di lavoro, avrebbe fatto di sé stesso la propria compagnia.” Un Eduardo più che mai visionario, a un anno dalla morte, rivela una curiosità quasi da bambino, interessandosi a registrazioni, mixer, effetti, suoni: “la nuova frontiera di perizia maniacale” che aveva già sperimentato alla radio e nei recital di poesie con Carmelo Bene.

Eduardo de Filippo

E così un Maestro che t’immagineresti proiettato esclusivamente nel mondo della creatività e della fantasia, si muove tra soluzioni tecniche, “accelerazioni e decelerazioni di nastro”. Ma a un certo punto abbandona tutto, decide di lavorare “in pulito”, “solo con le possibilità naturali della sua voce”, racconta Cabiddu. E precisa:”Ora potrebbe sembrare che questo lavoro sia avvenuto per scambi di idee, con una comunicazione, seguendo un ragionamento. Niente è più distante dalla realtà. Chi conosce Eduardo sa che non arrivava a spiegare mai ad un collaboratore il perché di una decisione che sentiva solo lui. Lavorando con lui bisognava imparare a stargli dietro nel lavoro e basta.”

Gianfranco Cabiddu

E dunque, come tutti i grandi Maestri, Eduardo non spiega, va seguito, bisogna catturarne i movimenti, i segreti di una drammaturgia che affonda le radici nelle trame della sua sensibilità. Dev’essere stato così anche per le generazioni di attori cresciuti alla sua scuola, a cominciare dal figlio Luca. Ed è un gioco di questo genere che si ripete col giovane Cabiddu, quando Eduardo lascia il lavoro insoddisfatto – probabilmente innanzitutto di sé stesso – e poi riprende tra ritmi e montaggi a costruire il suo castello, il suo ponte tra Inghilterra e Napoli. “Quello che insomma Eduardo andava realizzando – dice Cabiddu – non era una lettura a tavolino di un testo teatrale, ma uno spettacolo teatrale completo, uno spettacolo pronto per la scena. In quel periodo parlava spesso de “La tempesta” come di un lavoro adatto al teatro dei pupi, pupi a grandezza umana, ma anche come di una colonna sonora per accompagnare uno spettacolo di mimi su di un palcoscenico rotante al centro dello spazio scenico, o di un filmato.” E questo desiderio di Eduardo viene esaudito un anno dopo la sua morte, avvenuta a Roma il 31 ottobre del 1984. A mettere in scena la sua “Tempesta”, a Venezia, è la celebre compagnia di marionette dei fratelli Colla. Il montaggio è curato da Luca de Filippo, le musiche eseguite dal maestro Sinagra. Gianfranco Cabiddu è sorpreso dal genio che ha accompagnato nell’ultima stupefacente fatica drammaturgica:”Quella sera fu evidente che il lavoro svolto da Eduardo sulla sua traduzione della Tempesta di Shakespeare, nell’arco di un anno e mezzo, era stato il lavoro coscienzioso e spietato di un grande regista su un grande attore: lui stesso. Un’estrema testimonianza di rigore, umiltà, sacrificio e dedizione al teatro.” Un’eredità per tutti noi e anche per un giovane tecnico del suono che, sulle tracce di Eduardo, s’è appassionato al lavoro di regia.

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