Le libertà sospese_di Paolo De Angelis

Paolo De Angelis Magistrato

Nel tempo fermato dal virus cinese, le nostre libertà sono sospese; il distanziamento salva dal contagio ma reca il trauma della perdita di diritti che davamo per scontati, da quando la Costituzione Repubblicana li ha riconosciuti senza limiti.
Una situazione inedita, nel dramma della pandemia che costringe all’inatteso e mai immaginato confronto con un mondo completamente diverso da quello sinora conosciuto, che limita gli spostamenti e tante altre attività che consideravamo intangibili ma che il volto maligno della diffusione esponenziale del Coronavirus ha messo in discussione al punto di sospendere le libertà, bloccandone di fatto il libero esercizio.

In tempi di epidemia, non si va per il sottile e salvare vite umane ad ogni costo è il primo obiettivo e anche le sospensioni dei diritti costituzionali sono un mezzo per il giustificato fine ma una riflessione approfondita sulle misure anti-virus è necessaria; la restrizione delle libertà è lo strumento per la salvaguardia della salute collettiva e del bene supremo della vita ma proprio in nome dei valori condivisi che vengono difesi qualche domanda va posta, a tutela di interessi e principi non meno importanti.

Il punto, nel dibattito pubblico, riguarda i modi attraverso i quali le libertà vengono limitate, non per legge, come sarebbe stato lecito attendersi, ma con decreti del Presidente del Consiglio e non è una differenza da poco visto che il potere di limitare, in casi eccezionali, le libertà previste dalla Costituzione è solo del Parlamento cui compete la valutazione di ogni scelta che coinvolga i diritti dei cittadini; l’urgenza di provvedere in tempi rapidissimi giustifica qualche deroga alla centralità del Parlamento ma la scelta del Governo di attribuire solo a se stesso (e solo al Premier) quel potere è inforte contrasto con l’equilibrio dei poteri costituzionali e con la divisione tra legislativo ed esecutivo. A decidere è uno solo e ciò, a due mesi dall’inizio della crisi pandemica, non trova più giustificazionenella fretta di decidere; il dibattito pubblico viene azzerato e le scelte sono accentrate su un’unicacentrale governativa che decide per tutti, senza confronto e senza discussione.

Ci sono anche buone ragioni per questa soluzione che garantisce la capacità di adeguare le risposte sanitarie al continuo avanzare del virus e quindi è giusto riconoscere che il Governo ha capacità di intervento immediato che il Parlamento invece non ha, per i lunghi tempi emanazione delle leggi che rischierebbero di arrivare sempre troppo tardi; ma la conseguenza è che proprio il centro dellademocrazia, l’assemblea parlamentare, sia completamente tagliato fuori nel momento delle terribili decisioni che limitano la libertà dei cittadini e l’idea che le libertà siano sospese senzacoinvolgimento del Parlamento e senza alcuna possibilità di discutere forme, modi e tempi di questilimiti imposti dall’alto non tranquillizza affatto, al contrario inquieta, anche quando, come in questaemergenza, si agisca per il bene del paese.

Di recente, un attento osservatore della realtà come Giovanni Minoli ha criticato questo modo di agire per la scarsa trasparenza con cui le decisioni vengono prese, perchè a decidere è in sostanza il Primo Ministro con la consulenza del Comitato tecnico-scientifico, ossia gli scienziati (nominati dallo stesso Premier) che indicano le misure da adottare, ma ciò avviene senza la divulgazione dei verbali delle riunioni in cui si decide delle nostre libertà e quindi noi non conosciamo né cosa venga detto né come siano prese le decisioni; si agisce fuori dal controllo del Parlamento e si adottano decisioni non controllabili, semplicemente comunicate, tutto troppo distante dalla Costituzione.

Noi seguiamo le regole per senso responsabilità ma anche dettare le regole ha le proprie regole e non seguirle è pericoloso almeno quanto la pandemia; la “creazione” di un potere di limitazione dellelibertà fuori dal solco della Costituzione non è una buona novità e quando tutto sarà finito la nuova normalità che avremo dovrà occuparsi anche di questo aspetto, per capire quale sia nel terzo millennio lo stato di salute della democrazia.

È questo in definitiva il vero problema e il politologo Giovanni Sartori, scomparso anni fa, già aveva previsto che sarebbe stata una grande emergenza a costringerci a interrogarci sul significato della democrazia e sulla sua tenuta in tempi straordinari; tra le tante riflessioni di questa fase sospesa efuori dalla retorica di “andràtuttobene”, un pubblico dibattito sull’argomento sarà indispensabile, perché il nuovo inizio che ci attende dia nuovo impulso alla coscienza etica e democratica dei cittadini.

Sulle macerie della guerra, i Padri Costituenti scrissero quel miracolo di equilibrio e illuminazione che è la Costituzione; dopo il coronavirus, bisognerà guardare sempre in quella direzione, per rafforzarne lo spirito e la nostra fede nella democrazia costituzionale.

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