Ilaria Vanacore, soprano cagliaritana con il talento nel DNA_di Fabio Salis

“Dopo questi sei mesi allucinanti, salire su un palco ha un significato diverso. Salirci con la mascherina, forse ne ha uno doppio. È stato stranissimo ed è stato bellissimo. Mentre salivo a ritirare i premi mascherata e senza poter stringere le mani, pensavo: “e quando mi ricapita? Mai… speriamo, anche mai.”

Ilaria Vanacore, giovane soprano cagliaritana alla ribalta a livello internazionale, ha commentato così la premiazione che la scorsa settimana l’ha vista tra i vincitori del XXV Concorso Internazionale per Cantanti Lirici, organizzato dall’Associazione Spazio Musica di Orvieto. Il premio è arrivato dopo mesi difficili per lo spettacolo, in particolare per quello teatrale che è stato tra le categorie che ha pagato con più durezza lo scotto del lockdown dovuto al covid-19: “Per me il teatro non può essere sostituito dallo streaming, perché il mezzo è stato concepito per essere eseguito dal vivo. Non solo per quanto riguarda il discorso dell’acustica, ma anche per il rapporto in sala tra attore e pubblico. Non riesco mai a guardare un’opera teatrale in TV. Lo streaming è soltanto un palliativo che si è rivelato utile nel periodo di stop forzato, ora speriamo si possa ripartire a pieno regime il prima possibile”.

Il riconoscimento ottenuto ad Orvieto va a premiare la resilienza e la passione di un’artista per la propria professione e che di fatto è solo l’ennesimo per lei che ha abbracciato lo studio della musica e, in particolare del pianoforte, sin da quando aveva appena quattro anni e mezzo. Calcò il palcoscenico per la sua prima esibizione soltanto pochissimi anni più tardi e da quel momento iniziò la sua carriera come pianista concertista, sia a livello italiano che europeo.

Sotto la guida della Prof.ssa Angela Tangianu, ha proseguito i propri studi diplomandosi e conseguendo successivamente anche la Laurea di Biennio Superiore di secondo livello con il massimo dei voti presso il Conservatorio “Pierluigi Da Palestrina” di Cagliari. Arrivò poi il debutto al Teatro Lirico di Cagliari in qualità di solista accompagnata dall’Orchestra del Conservatorio diretta dal Maestro Sandro Sanna.

Nel corso degli anni si è aggiudicata diversi premi a livello nazionale ed internazionale, tra cui il “Premio Cafaro”, “European Music Competition”, “L. Silesu” e “G. Rospigliosi”, e ha collaborato per svariate attività in ambito solistico e cameratistico su tutto il territorio italiano.

Improvvisamente a 28 anni arriva per lei la svolta, in seguito all’incontro con il soprano Elisabetta Scano, quando decide di interrompere l’attività pianistica e di dedicarsi solo ed esclusivamente al canto lirico di cui diventerà nel giro di qualche anno una delle migliori interpreti in circolazione. Avrà modo di perfezionare i propri studi con il grande soprano Mirella Freni, scomparsa nel febbraio di quest’anno, all’Accademia del Teatro Comunale Luciano Pavarotti a Modena: dal 2017 interpreterà diversi personaggi sulla scena, a partire da Pamina in “Die Zauberflöte” andato in scena al Teatro Comunale di Ferrara. Sempre nello stesso anno, in questo caso a Cagliari, ha interpretato Fanny in “La Cambiale di Matrimonio”. Nella lista dei ruoli interpretati da Ilaria Vanacore rientrano anche Elvira in “L’italiana in Algeri” e Musetta in “La Bohème” nel 2018, Belinda in “Dido and Aeneas” e Anaide in “Il Cappello di Paglia di Firenze” nel 2019. Inoltre lo scorso 5 ottobre ha debuttato nella Quarta sinfonia di Mahler a Villa Torlonia a Roma.

Tutti questi successi teatrali sono stati accompagnati anche dalla grande soddisfazione di essere stata, nel novembre del 2019, l’unica italiana tra i finalisti del Concours International de Belcanto Vincenzo Bellini di Vendôme in Francia.

In famiglia avete quasi tutti un grande interesse per la musica. Da piccolissima hai provato a suonare il pianoforte e in quel momento è nata una passione.

“Tutti in casa abbiamo delle qualità molto spiccate: avevo un nonno violinista che faceva parte dell’orchestra cittadina di Cagliari, mia nonna suonava il pianoforte e mio padre da giovane suonava in alcuni complessi. Mia sorella fa la cantante jazz. Nonostante facesse tutt’altro nella vita, mia madre aveva comprato il pianoforte con i suoi primi risparmi. Inevitabilmente ci giocavo come fanno tutti i bambini e i miei genitori si erano accorti che c’era una propensione a riprodurre le melodie, un’attrazione naturale per questo strumento e quindi avevano deciso di mandarmi a lezione. All’inizio era soltanto un gioco, ma poi era diventata una passione vera e propria. Inoltre mi portavano a teatro fin da quando ero molto piccola.”

Dal pianoforte al canto lirico. Questo tuo cambiamento a livello professionale è avvenuto nel giro di brevissimo tempo.

“Sono entrata in conservatorio per studiare e ho continuato a fare la pianista fino a pochi anni fa. Avevo un’attività avviata e insegnavo. La curiosità di imparare a cantare è arrivata davvero per caso. È insolito il fatto che avessi già 28 anni, perché è un’età in cui è davvero tardi per iniziare a cantare, quindi non pensavo di poter intraprendere questo mestiere. Prima di tutto andai da un insegnante per fare un’audizione e vedere se avevo le potenzialità, ma solo per una mia passione, perché a chi fa lo strumentista può essere sempre utile imparare a cantare. Lei mi aveva incoraggiata a prendere tutto questo più seriamente di quanto avevo previsto, così sono entrata al biennio specialistico. Da lì in poi ho vinto vari concorsi e ruoli e ho debuttato così. Il fatto che fossi già musicista mi aveva aiutato molto.”

Hai avuto modo di studiare nella scuola del soprano Mirella Freni, una figura storica di grande rilievo per il canto lirico i cui insegnamenti si sono rivelati fondamentali per la tua crescita professionale.

“Quando conosci un cantante che hai sempre ascoltato sui dischi quando eri bambina fa veramente un effetto particolare. La prima volta che ho cantato davanti a lei è stata davvero l’unica in cui ho provato emozione ad incontrare un personaggio famoso, perché avevo a casa i suoi cd in cui cantava la sua “Bohème” e “Madama Butterfly”. Era uno degli ultimi baluardi della vecchia scuola di opera lirica. A livello lavorativo era molto rigida ed esigente, al punto che se tu non corrispondevi al suo standard ti buttava giù, perché era bene che si imparasse già dalla formazione che c’è uno standard da rispettare e che se non lo rispetti sei fuori. Quindi non era semplice reggere quando sapevi che dovevi andare tutti i giorni a lezione e sapevi che sotto un certo livello non potevi scendere.

Mi ha insegnato cosa siano il rigore ed il rispetto che lei aveva per questa professione e mi ha aiutato a mantenere talmente tanto la concentrazione che difficilmente perdo la lucidità, nonostante sia una persona molto emotiva. Il mio approccio dal punto di vista lavorativo è molto più solido e questo conta anche di più rispetto alla tecnica vocale.”

All’interno di uno spettacolo teatrale ogni personaggio ha delle proprie peculiarità a livello caratteriale ed emozionale e tu ne hai interpretati diversi, tenendo conto anche dei trucchi del mestiere che hai appreso dagli altri artisti.

“Senza dubbio per riprodurre le emozioni sul palcoscenico serve concentrazione e poi devi usare la famosa “quarta parete”, cioè la dimensione in cui tu ti trovi lì sopra è diversa. Quello che ti succede ogni giorno non bisogna trascinarlo con sé, perché non serve e il pubblico lo vede.

Devi portare soltanto la parte della tua vita che vuoi usare per interpretare il personaggio, facendo appello a delle esperienze che hai avuto: se una tipologia di dolore che hai provato ti può serve a rendere un aspetto del personaggio, allora devi sfruttarla. La tecnica serve a tirarle fuori nel momento giusto. Fare questo è più naturale nell’opera rispetto ai concerti perché hai tutta la parte scenografica e contenutistica che ti aiuta ad immaginare le emozioni che devi esprimere. In un concerto invece a salire sul palco sei tu e devi avere tutto dentro la tua mente e farlo venire fuori soltanto attraverso la musica.

La scorsa estate a Trapani ho cantato in un’opera barocca, “Dido and Aeneas”, e ho interpretato Belinda, che non è molto chiaro chi sia, cioè se sia l’ancella, la sorella, la compagna o la confidente di Didone. Avevamo fatto un lavoro di regia molto introspettivo, per cui lì il confine tra me e il personaggio era veramente molto labile. Quella è stata l’esperienza che mi ha segnato di più.”

Salire sul palco regala grandi emozioni. In un periodo come quello attuale, caratterizzato purtroppo dalla pandemia, il teatro sta vivendo una fase di crisi molto turbolenta e ora sembra che si stia finalmente iniziando a ripartire. Da questo punto di vista Cagliari è tra le città in prima linea.

“Oggi è molto difficile fare della musica la propria professione. Servono grandi sacrifici, anche perché in Italia la considerazione del musicista a livello professionale è un po’ labile e non è molto tutelata. Questo è uno degli aspetti che adesso ha fatto emergere l’epidemia covid-19, dove non producendo durante il periodo della quarantena e non avendo tutele siamo rimasti fermi al palo. La cultura in sé in Italia non genera valore e quindi viene vista spesso come l’ultima ruota del carro, quando invece potrebbe diventare una fonte di reddito immensa come accade in altri paesi. Fare il musicista è comunque un voto, un mestiere dove non puoi pensare solo al denaro. Io, come la maggior parte degli altri miei colleghi, non smettiamo mai di combattere e ci crediamo.”

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