Essere Nainggolan_di Luca Neri

Non devi piangere mai. Perché la torcida ti chiama Ninja, perché sei quello che entra in tackle. In campo e fuori. Ci pensa la vita, cantava Ligabue, e Radja l’ha dovuto imparare presto. Cresciuto tra le vie di Anversa senza quel padre – indonesiano – che gli ha donato quegli iconici tratti orientali intersecati nel suo animo latino, ma gli ha sottratto un’infanzia, abbandonando la mamma e la famiglia quando Nainggolan era solo un bimbo. È diventato in fretta l’uomo di casa, accompagnato al successo dal suo angelo custode Alessandro Beltrami, il suo procuratore , che intravide nel mastino-teenager del Beerschot, in Belgio, il campione che sarebbe diventato.

Dapprima Radja ha dovuto combattere coi luoghi comuni e le etichette, come quella irrimediabilmente appiccicatagli, da picchiatore di periferia, dopo l’espulsione in Cagliari-Chievo rimediata a pochi minuti dal suo ingresso in campo. Correva il 2010, durissimo per l’allora 22enne Nainggolan che in quell’anno perse l’adorata mamma, e in Sardegna fu bollato rapidamente come bidone, salvo poi smentire l’isola – e per la proprietà transitiva l’Italia intera – a suon di prestazioni decisamente fuori dall’ordinario.

Poi il marchio del bad boy, del bullo da discoteca, quello del ragazzo con cresta e sigaretta. Pazienza se oltre quelle serate – peraltro non dissimili da quelle di tanti suoi colleghi – si osservava uno dei più forti incursori dell’ultimo decennio del calcio italiano. Ma tant’è. Qualcuno, Spalletti in pole (alla Roma prima, e poi all’Inter) ha chiuso un occhio, lo ha messo al centro della sua idea di calcio, conquistando una semifinale di Champions fuori dalla logica umana, con tanto di triplo schiaffo al Barcellona del marziano Messi. Altri hanno rinunciato a prescindere, tagliando Radja dal progetto e rimpiangendolo più avanti: così è andata all’inconsistente Belgio di Martinez a Russia18 (tanta qualità e poca quantità), così sta andando all’Inter di Conte (che una settimana sì e l’altra pure lamentava una squadra col fiatone). Ma nel frattempo Nainggolan aveva già compiuto la sua scelta di vita, concedendosi un anno di Cagliari per stare al fianco della sua Claudia, colpita alle spalle dall’infamia del cancro. Radja ha così ritrovato il calore della curva che non ha mai dimenticato ( e viceversa), ritrovando quella vena e quel furore agonistico che lo hanno riconsegnato ai suoi fasti romani, consacrandolo ad indiscusso hombre del pueblo sardo. Poi l’emergenza Covid19, gli spostamenti ridotti al minimo per non sottoporre a rischio contagio la moglie, senza abbandonare il suo popolo in difficoltà, dando una mano alla Caritas con gesti che in Sardegna non saranno dimenticati facilmente.

Il 31 maggio, però, è arrivata l’ennesima mazzata di una vita ad ostacoli: la morte della sua giovane nipote, la 25enne Amber Noboa, colpita anch’ella da un tumore. Nainggolan è stato travolto dall’affetto e dalla vicinanza dei tifosi, che un’altra volta chiedono al loro eroe di farsi forza.

Radja sa come si fa, levigato dal tempo e dalle ferite. Giù i calzettoni, via i parastinchi e si torna a lottare. Per tutte quelle volte in cui, ancora, ti chiederanno di essere il Ninja.

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