Cagliari 1937 Vittorio De Sica visita Cagliari, in cerca delle sue radici_di Attilio Gatto

“Parlami d’amore, Mariú! / Tutta la mia vita sei tu / Gli occhi tuoi belli brillano / Fiamme di sogno scintillano.” Il 7 luglio faccio un post su Facebook per ricordare Vittorio De Sica nel giorno in cui è nato, classe 1901. E non posso non far precedere la foto – un essenziale bianco e nero – da qualche strofa della canzone che lui rese famosa nel film “Gli uomini, che mascalzoni” – 1932, regia di Mario Camerini, – film che gli diede la grande popolarità. Uno dei divi degli anni trenta, tra i più acclamati attori italiani, con Amedeo Nazzari, Gino Cervi e Fosco Giachetti. Quanto mi sarebbe piaciuto intervistarlo il grande Vittorio! Lui è l’artista che ha dominato il Novecento, mettendosi in gioco su tutti i fronti: il teatro comico e drammatico, il cinema da attore e da regista e la televisione come ospite d’onore negli show del sabato sera. Ma forse De Sica si può intervistare in sua assenza, e in presenza di un libro che ho letto qualche anno fa. S’intitola “Figlio di papà” , pubblicato da Mondadori nel 2008, scritto da Christian, che ha seguito le orme del padre, mentre il fratello Manuel ha preferito la musica. M’incoraggia l’amore per il gioco di Vittorio De Sica: a lui, assiduo frequentatore di casinò, con l’abitudine al bluff, sicuramente sarebbe piaciuto questo mio falso dichiarato, che però si basa su testimonianze vere.

Un po’ come certi film. – E dunque Maestro io voglio cominciare da quella sua visita, nel ‘37, a Cagliari. Che ci faceva in Sardegna? Forse in vacanza, dopo le fatiche cinematografiche? “Mah! Mio caro, veda, lei non può capire. Nel ‘37 io avevo 36 anni. Ancora giovane, ma già attore di grande successo. Cosa avrei fatto nel resto della mia vita? Dovevo riflettere. E allora sono andato a cercare le mie radici, nella città in cui era nato mio padre.

Si chiamava Umberto Efisio. E aveva visto la luce a Cagliari, poiché mio nonno, Domenico, era stato nominato direttore delle carceri e si era trasferito nell’isola. Ricordo quella bella giornata di sole. Andammo su, verso il Castello, vicino a Porta Cristina: lì vidi la casa di papà. E poi mi recai in Cattedrale, dove fu battezzato. Papà non era tanto contento di lasciare Cagliari. Aveva 19 anni e tanti amici. Aveva affetti, non ha mai voluto rivelare se avesse lasciato anche una fidanzata. E forse, chissà!, i figli di quella fidanzata hanno assistito al mio spettacolo la sera. Magnifici i tramonti cagliaritani dalla terrazza del bastione, col cielo che si tinge di rosso e lo spettacolo del mare che sembra non dover mai finire!” – Senta De Sica… “Ma no, mi chiami pure Vittorio… – Mi mette in imbarazzo…E va bene. Vittorio, lei nel ‘37, come ha ricordato, era già un divo. Era appena uscito un famoso film di Camerini, “Il signor Max”. Nel cast tra l’altro recitava un’attrice milanese di origine cagliaritana, Giusta Manca di Villahermosa, in arte Rubi Dalma.

È un destino il suo rapporto con la Sardegna?” “Guardi, è proprio così. Rubi, o meglio Giusta, una donna molto bella, simpatica, raffinata e una bravissima attrice. Ma le rammento che, qualche anno più tardi, finita la guerra, nel 1950, io vidi passeggiare per via Veneto un’affascinante ragazza. La fermai e le chiesi:”Posso guardarla?” Era una curiosità professionale. Cercavamo un’attrice per il film “Domani è troppo tardi”, che io dovevo interpretare con la regia di Léonide Moguy. E quell’attrice finalmente l’avevamo trovata: Anna Maria Pierangeli, cagliaritana, che divenne una grande diva di Hollywood.” – Sì, questa storia la conosco Maestro, ma c’è quell’altra che riguarda ancora un cagliaritano.

La racconta suo figlio Christian, nel suo bel libro di ricordi. “Ah! Già, ma quello era solo un gioco col mio amico Roberto Rossellini. Così per ridere.” – Beh! Vittorio, risate sì, ma anche il gesto dell’ombrello. “È vero. Ma che vuole, siamo uomini. Eravamo davanti alla tivù e quando uscì la notizia che quel ragazzo sardo, Loy, Nanni Loy, un giovane collega assai dotato di senso dell’umorismo, con il suo film “Le quattro giornate di Napoli” aveva mancato l’Oscar. E vabbè, che le devo dire, ci scappò il gesto dell’ombrello. Come una burla. Sì, una burla…ma, mi ascolti, quel libretto di Christian non è mica male, chieda un po’ a lui, se le servono altre informazioni, suvvia…” – Grazie Maestro, un abbraccio. Senti Christian, come definiresti la carriera di tuo padre. “La vita di papà ha avuto un ritmo ternario, tre grandi svolte, tre importanti interlocutori. Mario Mattoli lo rese divo in teatro, Mario Camerini al cinema, mentre Zavattini, con l’apporto di idee, della sua cultura e della sua fantasia, ne fece un autore.” – Tre vite, tre successi. Qual è l’immagine più significativa? “Quando Camerini girò “Gli uomini, che mascalzoni”, Cesare Andrea Bixio scrisse “Parlami d’amore Mariù”. Bixio non conosceva la musica, cercava il motivo a orecchio e lo individuava muovendo il dito e col dito scrisse “Parlami d’amore Mariù”…Quella canzone rimase così dentro al film, gli sopravvisse, diventando più famosa del film stesso. Divenne la canzone di papà. Ora la canto io.” – Quella canzone s’identifica con il grande Vittorio.

Ma c’è un film di tuo padre dedicato a tuo nonno, Umberto Efisio. “Si chiama Umberto. “Umberto D.” è il film di mio padre che amo di più….Papà riusciva a mettere la bontà dentro una storia. Ho conosciuto Rossellini, ho conosciuto Visconti, ho conosciuto Fellini, li ho conosciuti bene, li ho frequentati, ma io quella cosa lì di papà non l’ho trovata mai in nessuno. Perché la sfida più difficile è mettere la bontà in una storia. Non ci riesce nessuno, io non so come facesse.” – Ma Vittorio De Sica è arrivato con molti dubbi alla regia. “Mio padre ha fatto “Ladri di biciclette” per mia mamma. Mio padre non voleva fare il regista…Mamma aveva intuito che l’influenza di Zavattini era necessaria per lui, il latte indispensabile alla mistura per fare il cappuccino della loro arte, e lo ha convinto…Mamma mi raccontava che papà urlava:”M’hai rovinato.” Stava facendo Ladri di biciclette.” Quante vite ha vissuto Vittorio De Sica, nato a Sora, dove s’era trasferito il padre, Umberto Efisio, dopo la partenza da Cagliari. E poi gli spostamenti a Napoli, Firenze, Roma. La carriera di attore e di regista. Il suo obiettivo? “Rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca.” Ci è riuscito.

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