1938; un inedito Totò a Cagliari _di Attilio Gatto

“Improvvisamente il piccolo corvo funebre soffiò sulla candela, alzò la bombetta e disse al pubblico: Buona Pasqua! Ma non era Pasqua. Era novembre e la sua voce era quella di un sepolto vivo che chiedeva aiuto.” La maschera di Totò, svelata da Federico Fellini, è un miscuglio di comicità e d’amarezza, è un’eredità della beffarda tradizione napoletana di cui il “Principe della risata” è figlio. Sì, possiamo proprio dirlo, è Totò il Pulcinella di Fellini. Il personaggio della commedia dell’arte che alimenta la fantasia del grande regista romagnolo. Giovanissimo, appena 18enne, Fellini vede Totò 40enne sul palcoscenico di un cinema romano, nei suoi vagabondaggi notturni, alla ricerca d’ispirazione, di soggetti per i suoi disegni, di sortilegi per i progetti dei suoi film visionari. E se ne innamora, sorpreso dall’imprendibile, da un comico che non è riconducibile a nessun altro, che si presenta al pubblico in una luce tenue, surreale, venata d’ironia, ma anche di nostalgia. Fellini racconta così il suo stupore: “Davanti a Totò si era colpiti dalla stessa meraviglia che prova un bambino di fronte a un fenomeno meraviglioso, a un’apparizione sorprendente, a un animale fantastico come la giraffa, il pellicano, il bradipo, una meraviglia mista alla gioia e alla gratitudine di vedere materializzarsi l’incredibile, il prodigioso e il fiabesco.” Questo Totò Pulcinella, che sorprende Fellini, nel 1938 conquista Cagliari con le sue feroci satire rivolte ai gerarchi fascisti.

Soprattutto si racconta delle battute in sardo che fanno scattare applausi e risate. La città in festa, la compagnia di Totò è di scena all’Arena Odeon di via Garibaldi. Il Principe de Curtis naturalmente alloggia nell’albergo più prestigioso, la Scala di Ferro, in centro, Viale Regina Margherita. E sembra di vederlo affacciato alla finestra della sua camera, lo sguardo a cercare il mare, che probabilmente gli ricorda la sua Napoli. È facile immaginare la maschera di Totò, ironia che si mescola alla sua solita malinconia. Ancora Fellini:“Questo volto improbabile – una testa di argilla staccatasi dalla statua e ricomposta affrettatamente prima dell’arrivo dello scultore, al quale si vuole nascondere la catastrofe; questo corpo disarticolato, di gomma, questo corpo da marziano, da robot, da incubo gioioso; questa creatura di un’altra dimensione, questa voce sorda, lontana, disperata: tutto era inatteso, inaudito, imprevedibile, differente, che subito ci comunicò un muto stupore, ma anche una ribellione nuova, un senso di totale libertà verso ogni tabù, ogni legge e norma, contro tutto ciò che è legittimo, lecito e codificato dalla logica.”

E dunque la sorpresa, lo stupore, l’ansia di ribellione del giovane Fellini, famelico di novità, curioso e affascinato, attratto dai personaggi che realizzano le sue fantasie, dai segreti nascosti dietro le apparenze. Fellini non ha mai fatto un film con Totò, ma non è vero che non lo ha diretto. È avvenuto per un film di Roberto Rossellini, “Dov’è la libertà…?” . Fellini fu chiamato, in sostituzione dell’amico, a girare le ultime inquadrature. Il film è del 1952. Gli sceneggiatori sono grandi nomi: Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Antonio Pietrangeli e Vincenzo Talarico. Tra gli interpreti, accanto a Totò, Franca Faldini, Leopoldo Trieste e Mario Castellani. Il film racconta la storia di un barbiere che esce di galera, dopo una lunga detenzione per aver ucciso un amico che insidiava sua moglie. Ed è “spaesato, amareggiato, deluso dalla vita.” C’è una scena in cui Totò è con Leopoldo Trieste, che interpreta Abramo Piperno, ebreo scampato ad Auschwitz, dove ha perso tutta la famiglia. E la famiglia che ospita Totò “si è arricchita con i soldi rubati agli ebrei deportati nei lager nazisti.” Grande interpretazione di Totò in un film d’autore. Ma la prima apparizione del grande comico, quella del cinema nel ventre di Roma, risale all’anteguerra. Ed esplode la meraviglia che alimenta i sogni di Fellini. Sogni che diverranno film, immagini della storia del cinema, che ognuno di noi si porta appresso. Ed ecco il Totò Pulcinella visto da Fellini:“Come tutti i grandi clown Totò incarnava la contestazione nella sua totalità. La scoperta più emozionante e confortante fu l’aver riconosciuto in lui tutta la storia e gli aspetti caratteristici degli italiani portati agli estremi: la nostra fame, la nostra miseria, l’ignoranza, l’indifferenza piccolo borghese, la rassegnazione, lo scetticismo, la vigliaccheria di Pulcinella. Davanti a questo pubblico limitato e accaldato, così attento e riconoscente, Totò, elegante, divertente e lunare incarnava l’eterna dialettica dell’abiezione e della sua negazione.” Pochi mesi dopo la performance nel cinema Romano, Fellini incontra Totò per un’intervista e, quando il regista diviene famoso, si cercano per stima reciproca, e probabilmente intuendo anche il felice esito di una collaborazione fra due geni accomunati da un meraviglioso patrimonio di inventiva e fantasia. Ci sarebbero stati contatti per “Giulietta degli Spiriti”, ma non se ne fece niente, e per “Il viaggio di G. Mastorna”, progetto che Fellini non realizzò. ”Siete diventato un reggistone”, (sì, proprio con due g), disse una volta Il Principe de Curtis a Fellini, e gli permise di chiamarlo semplicemente Antonio. 

Quindi l’intesa c’era. Ma questa è la storia di un innamoramento che non porta al matrimonio. Resta il dialogo, l’amicizia tra due prodigiosi talenti che avrebbero voluto varcare la linea di confine tra due universi poetici perfettamente compatibili. Totò fu spesso maltrattato dai critici, anche se fior di intellettuali scrivevano i suoi film. Le sue grandi potenzialità oggi riconosciute – e da Fellini apprezzate nell’incanto di un attimo – si esprimono pienamente in un film come “Animali Pazzi”. Girato nel 1939, regia di Carlo Ludovico Bragaglia, soggetto di Achille Campanile. Quanti ruoli ha interpretato Totò! Quante volte ci ha fatto ridere, divertire, entusiasmare! Ma in “Animali pazzi” la sua maschera sembra davvero l’espressione dell’avanguardia, quella che decisamente era nelle sue corde, nella sensibilità di un grande attore che sapeva reinventarsi con la tecnica, con l’improvvisazione, con uno stupefacente patrimonio di parole e di gesti. Ancora prima che con le battute, con un sorprendente, coinvolgente, linguaggio del corpo. Così come fece in quel 1938 a Cagliari, quando incantò la città con la sua allegria e forse andò a mitigare la tristezza – che spesso coglie i comici, dopo una girandola di risate – nella sua bella stanza alla Scala di Ferro. Magari dopo una passeggiata notturna nel centro storico di Cagliari, e poi giù verso il porto. A cercare la linea dell’orizzonte, spettacolo che accomuna tutte le città di mare. 

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